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Campo base » Autobiologia giovedì 23 febbraio 2012
 


    

Sorse dalle acque la figlia dell’anestesia. Una mano inguantata di verde la issò nell’aria. Il paese la accolse senza darle il benvenuto. La famiglia la strinse. E anche di più. Crebbe nell’anonimato la creatura della ferita. Nessun punto di sutura poté rimarginare. Portò un granchio a secco agganciato all’ombelico, condannata a vagare libera sulla terra. Fu sorella carnale di un’altra erede, evasa da un ventre che non conobbe mai. Fu la figlia unica di tutto il paese, che di adulti da infanti non partorì che lei. Vestita del saio della suora, fece voto solo alla lode. Vinse le gare, sconfisse i piccoli, si arrese alla vergogna. Nascose le medaglie sotto il letto, tacque per sempre, il muso lungo, perché la regola detta: “Nessun festeggiamento.” Bagnò tutti i cuscini di tutti i giacigli che cullarono i suoi sogni ad occhi aperti. Trovò riparo solo negli anni. Non gettò l’ancora sotto alcun cielo. Era una comparsa protagonista. Nel buio saliva i podii e le scale. Nella valigia speranze grottesche di fantascienza, “tanto oggi non vale”. Nomade camminò senza sosta lungo i muri. Percorse le strade a testa bassa. Conobbe gli anfratti e le caverne. Divenne strega uscendo da una grotta. Favole raccontava inghiottendo gli sputi. “Vivrai felice e contenta, vedrai”, disse mutandosi in tartaruga, quando le giunsero i mormorii. “Non sembra lei.” “Eppure lo sono.” “Dovevi esser sorda.” “Nessuno mi ha insegnato.” Quando gli diedero il colpo di disgrazia, l’animale ferito non era bendato. In dote ebbe solo dei paraocchi fatti di sale e materia grigia. Non gli protessero che le pupille, ma il peggior danno era proprio la vista.
 
Avanzò lungo il fiume la figlia dell’anomalia. E salì senza gioia il campanile del paese. Mentre discese fece i bagagli e il resto fu prepararsi per partire: tenere il morso, spegnere il lume, stringer la cinghia per esser leggera. Facendo croci sul calendario, abbracciò la sua senza una preghiera. Era un rampollo della stirpe dei nudi, che si copriva di carta vetra. Sotto il mantello le cicatrici di un’infanzia mal curata. Nessuno sforzo. Nessuna domanda. Soltanto un gesto: il suo mozzicone sopra la cenere mista alla polvere. E l’incendio divampa. “Brucia strega, brucia e vai all’inferno.” disse uscendo dal fuoco Eva. La fenice nata dal rogo. Il primo mestruo fu solo allora. Non era che un bulbo di orchidea, che sotterrò la suora e la strega. Le orazioni e gli osanna. Le maledizioni e la magia nera. Il cloroformio riempì loro la bocca. Non chiesero niente. Gridano ora. Gridan la vendetta della sconfitta. Gridan il diritto all’ultima parola. Eva fu presa dalla città. Non le riuscì di esser la prima. Ai piedi delle montagne fu messa in ginocchio quando inciampò nella sua stessa sottana. Per rialzarsi si aggrappò alla sua fiaccola, che oscillò al vento dello specchio. Non era la più bella del reame quel corpo che era riflesso dentro. Il principe non la riconobbe e non le lasciò che bile e fiele. Il viaggio di nozze lo fece da sola. Trascinandosi sopra la neve. Inseguì le carovane sempre sull’ultimo carro bestiame. Contava ancora giorni e settimane senza sapere la meta finale.
 
Sorse dal lago la figlia dell’anoressia. La trasse dalla spuma un grande sciamano. Gemelli siamesi uniti dal pube pronunciarono un sortilegio che non aveva niente di umano. “Venite fiamme, ardete forte, scorrete fiumi fatti di umori. Sboccia orchidea, scotta tu cenere. Perisci Eva, nasci dea Venere.” “Fossi una fata”, disse la dea, “avrei ancora tonaca e bacchetta magica.” “Qui non ti servono”, disse il suo dio, “e poi, rammenta, la vita è semplice. Lascia il corteo, comincia a correre. Eccoti l’ultima parola. È solo una penna, ma intingila nelle tue lacrime. Scriverai della metamorfosi da cenere a Venere.” “In verità voglio ancora cambiare, che di esser bella non mi riesce. Sia pure la storia di una dea, ma di Atena, non di Venere. Narrerò le gesta della guerriera che, brandendo bellicosa la sua fiaccola, corse verso la sua chimera nel paese dove fu grande quando grande non era. Che si ritorni all’aurea età. Che si abbandoni la sottana. Scriverò di un’amazzone tutta virtù che non ha padrone, principe o sciamano.” “Ma, il castigo?” domanda la suora. “E la durezza?” aggiunge la strega. “La femminilità.” replica Eva. “Già, e la bellezza.” Venere prega. “Lascia la guerra”, le chiedono in coro, “sotterra l’ascia e i paraocchi. Le sottane, le tonache e i gusci. Le bacchette magiche e gli specchi. È stato troppo lungo ieri per dire ancora che oggi non vale. Fa troppo male sempre cambiare, essere dea, salire le scale. Smetti di piangere, di stare in apnea, di tenerti stretta alla cintura. Non sei più crisalide o bulbo. Non sei più fiore, ma frutto. Dunque non combattere più sotto le sembianze di Atena. Ma rinasci senza placenta. Senza maschera o ferita. Solo Dena.”
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