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Poesia » Giovanni a Salomè giovedì 23 febbraio 2012
Giovanni a Salomè

“Aveo riccioli castani
inanellati di pii pensieri,
aveo naso per fiutare
le gramigne e li bei fiori,
aveo bocca di profeta,
solo verbi bianchi o neri
per imporre li miei nomi
con l’autorità dei Cieli.

Mi furon tolti con la testa
per sentenza dell’Erode,
ora fremo per riavere
quell’aureola e quelle chiome
sul mio collo che le piange
non con lacrime ma con sangue,
sul mio corpo mutilo
che non pensa, non sente,
ma duole.

Oramai il capo è tratto,
lo strappo non puotesi ricucire,
vano chiedersi se rea
fu la vanità altrui o la mia.
Hai il tuo trofeo, o Salomé,
io la mia tortura
servita su un piatto d’argento,
senza degna sepoltura.

Mò son oltre il punto di morte
ma son financo un condannato
e tengo un ultimo desio:
che mi sia resa la reliquia che mi rese sacro
che torni sulle mie spoglie perché sia meno nudo
lo mio sepolcro
e lo mio fato meno duro.

Poiché nell’aldiqua,
sea paradiso o tra le fiamme,
vorria tenere
la testa sulle spalle.”

    
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