Scorre da un occhio un ruscello salato
corre su un letto di pelle bagnata
beve sudore, s’ingrossa tra il petto
misera valle annegata nel ghiaccio
Inghiottendo pioggia, si riversa in piena
dentro il bacino e lì si arena
contro una diga eretta dal tempo.
Ormai ha rotto gli argini, dirompe da un fianco.
L’acqua si versa sul pavimento
getta su tutto un velo di lutto
che lentamente svanisce, svapora.
Non scompare, è solo nell’aria.
Ora il pianto si addensa in nuvola
sospesa nel vento, luccichio nello sguardo
che non si può non vedere risplendere
ma oscura il senno, tempesta di rabbia.
Quando il male si fa pesante
cade per terra in uno scroscio
di frenesia e il calpestio della polvere
non fa che smuovere il fango, che coprire la via.
Le gocce filtrano nel sottosuolo
per ricongiungersi con la radice
Trovano bulbi secchi, bruchi, e un riccio
chiuso in se stesso da aghi di brace.
A contatto col tizzo si alza un gran fumo
segnale d’aiuto o di incendio doloso
La bestia brucia dentro la fiamma
Scotta e si spegne, si strina e si smorza.
Sembra che danzi ma sono i carboni ardenti
a muoverla, nonostante le spine
A riaccendere il fuoco son state le lacrime:
cosa può spegnere il dolore?