Non avrei mai creduto di doverlo fare. Me lo vedo ancora davanti, quando alla sera entrava dall’uscio e si lasciava investire, inerme, dall’odore torbido e inebriante della cantina. Era il padrone di casa, ma non tardava un attimo a rintanarsi in un angolo dell’osteria come un cane cencioso, e a leccarsi le ferite versandoci sopra alcool e commiserazione.
Stava a letto tutto il giorno, e faceva la sua comparsa solo all’imbrunire, quando la luce non poteva più illuminare il suo spettro che si trascinava per le strade. Dalla casa fino al centro del paese, il suo era un percorso a ostacoli tra gli sguardi di scherno.
Era bello il mio bambino. Ma non somigliava alle nostre colline dalle onde frastagliate e dai crinali scoscesi. I suoi tratti erano così gentili da far pensare che mai il suo volto sarebbe stato solcato dalle rughe profonde e implacabili che scavavano le facce della nostra gente, come le valli i nostri paesaggi. Fin da quando aveva mosso i primi passi nel nostro locale, gli avventori lo avevano addestrato a barcollare come loro, ma sotto il peso delle risatine, delle allusioni e dei veri e propri insulti. Poco importava che sua madre fosse la proprietaria della taverna dove solevano annegare le loro serate in fiotti di vino. Anzi, ogni banconota lasciata sul bancone o infilata impudicamente nel mio grembiule era una sorta di pagamento anche per le pene inflitte a lui, a mio figlio. Il ragazzo, da parte sua, non pareva soffrirne. Non replicava, non scappava, non reagiva neanche con un’alzata di spalle. Si limitava a passare le mani in quella chioma da cherubino che nessuno in paese poteva vantare, ma solo invidiare. E a schivare tutte le occhiate, anche le mie.
Veniva nell’osteria ogni sera, ma più a farmi visita che a lavorare. Mi dava una mano con i conti. Qualche volta serviva ai tavoli, ma non prendeva mai le ordinazioni. Per i miei clienti sarebbe stata un’occasione troppo ghiotta per prenderlo in giro. E lui, come al solito, non avrebbe saputo come ribattere. Forse, perché nessuno gli aveva insegnato. Normalmente arrivava, si metteva a scarabocchiare sul suo taccuino e, alla chiusura, il più delle volte ubriaco, mi riaccompagnava a casa. O ero io che accompagnavo lui, in quella tortuosa Via Crucis per le vie del paese? Fosse anche stato così, non mi sarebbe dispiaciuto. Alla fine, lui aveva bisogno di me come io di lui. La sua ombra seduta al tavolaccio dell’osteria sapeva rassicurarmi molto più della pistola che avevo preso, ormai anni fa, per difenderci dai malintenzionati.
A lui piaceva così. Non conosceva né voleva conoscere altro all’infuori delle colline pezzate, dei viottoli acciottolati, delle notti stellate. Altro oltre la vita dell’osteria, le chiacchiere da bar, le risse tra ubriachi. Così, almeno, credevo.
Che non gli interessasse andare in città, dove, mischiato ad altri mille volti, nessuno avrebbe potuto leggere sul suo il marchio del disonore. Che non fosse il tipo che voleva studiare, che non volesse diventare qualcuno. O meglio, qualcun altro. Ma mi sbagliavo.
No, non sono stata una buona madre. Non sono riuscita a proteggerlo da chi lo attaccava, senza neanche conoscerlo, per il solo fatto di esistere. Ho preferito il mutismo, al quale non si può controbattere. Ho creduto che col tempo sarei riuscita a contagiare col silenzio anche i villani, che avrei messo a tacere tutte le voci. Ma mi sbagliavo. La calunnia si è rinfocolata da sola, anno dopo anno, vendemmia dopo vendemmia, attizzata dal vento proveniente dai monti. E ha travolto in pieno il mio ragazzo, che in 18 anni non ha fatto che oscillare ai colpi come un birillo.
Eppure, fino a quel momento, non mi aveva mai chiesto niente. Neanche: “Mamma, perché nessuno gioca con me? Mamma, perché mi tirano i capelli? Mi danno della femminuccia? Mi dicono che son figlio del vino?”
Perché sei un bastardo, figlio mio, avrei dovuto dirgli. Perché quei capelli d’oro e quell’ovale perfetto non potrebbero essere l’eredità di alcuno dei nostri vignaioli dalla pelle abbrustolita dal sole e dalle fattezze affilate dal vento. Sei nato da un’amore fugace, consumato all’ombra dei filari bagnati dalla rugiada. Sei come una stella di mare che, in mezzo a prati verdi e campi coltivati, può solo attendere la propria fine.
Lui non aveva mai saputo niente. Non mi aveva mai chiesto chi fosse suo padre e io non l’avevo mai messo a parte della verità. Non riuscivo. Non avrei potuto. Paralizzata dalla paura, non potevo svelargli il segreto, ma neanche rispondere alle offese. Sono una donna sola e sono un’ostessa: posso solo versare vino e lacrime senza fiatare. Fare finta di non ascoltare. Non dare peso a sproloqui e discorsi. E lui è rimasto zitto con me. Mi è rimasto accanto, a mescere quel nettare rosso che avrebbe alimentato ancora più le prese in giro. Se mai fosse venuto tutto a galla, ne sarei morta. O, piuttosto, ne sarebbe morto lui.
Ed è stato così. Quel giorno qualcosa è cambiato. Era strano, non voleva dirmi cos’avesse. Mi ha detto solo “Preparami un termos di tè per il viaggio”, ma non voleva dirmi in faccia la verità. Poi me l'aveva disegnata, la verità, con quel treno abbozzato sul taccuino. C’ho visto lui, il mio povero bambino martoriato dai rifiuti, che fuggiva dal suo destino. Lui che mi salutava per sempre con quel fazzoletto impregnato di dolore. Lui con quella testa bionda agitata dall'aria. E c’ho visto suo padre, un altro abbandono e un'altra solitudine. Stava dicendo che voleva partire, che voleva lasciare questi luoghi che non gli appartenevano. Sottrarsi al mio senso di colpa, per aver messo al mondo una creatura che, dal momento della nascita, non avrebbe smesso di piangere. Ma voleva anche farmi capire qualcosa. Dirmi, senza parole come sempre abbiamo parlato, che stava per seguire le orme di suo padre. Che aveva capito di essere un figlio di Nessuno.
Perché Nessuno mi aveva preso, di notte, tra i filari bagnati dalla rugiada. Nessuno se ne era andato da questi posti e da me, a bordo di quello stesso treno del mattino, lungo lungo, con una grossa nuvola di fumo nero. Nessuno poteva ancora abbandonarmi così. Nessuno.