Così poteva continuare a guardare e a aspettare. Lasciava andare i corridori della domenica, che non avevano niente da imparare. Banditi quelli con contapassi, contachilometri, contacalorie e altre diavolerie del genere. Figurarsi se gli piacevano le donnicciole che sprecavano il fiato chiacchierando. Fianco a fianco, sempre in coppia, pestavano lenti, pesanti, il terreno e ammorbavano l’aria con la maldicenza del momento.
Certo, non sempre bisognava correre per vincere la medaglia d’oro. Correre per vincere bastava. Cento metri di sforzo, struggimento, sofferenza, poi la scarica finale che ti libera. E il photofinish, per immortalare la gloria nei secoli. La medaglia quella volta era venuta di conseguenza e, forse, gli aveva portato più guai che fortuna.
Ma lui non conosceva rimorsi. Manteneva la sua media e non si lamentava. Nemmeno quelle sere quando, assieme al sole, si ritirava nella sua tana senza aver avvistato in tante ore una sola gazzella, che leggera, svelta e incosciente solcasse col suo talento i prati del parco. Pazienza.
Aspettava solo di rivederla. Di rivederne un’altra. Era successo altre volte, negli ultimi mesi, ma un esemplare così era raro. Alto, snello, già da lontano era in grado di riconoscerlo. In un battibaleno arrivava a pochi passi dalla panchina dove lui lo divorava con gli occhi. Nessuna invidia. Ammirazione sì, l’avrebbe ammesso, intrappolata dentro a un fascio di muscoli aggrinziti, ma caricati a molla dall’orgoglio, dalla presunzione e dalla voglia di vivere.
Finalmente, ecco che si avvicinava il suo campione. Che volava, che non conosceva fatica. Che gli passava davanti senza degnarlo di uno sguardo, e che presto gli avrebbe voltato le spalle.
Allora e solo allora, lo scatto. Tutte le sue forze si concentrano in quel guizzo, come una volta, come si sprigionasse in un sussulto tutto il male. Si lancia all’inseguimento, un passo dietro l’altro. Un, due, tre, quattro e un, due, tre, quattro. E gli è dietro. Dosa il fiato. Inspira, espira, inspira, espira. Quel po’ di affanno diventa un rantolo. L’occhio resta fisso sull’avversario, che ben presto diventa preda. Non è più una corsa, è una caccia.
E quando gli è abbastanza vicino basta uno strattone, una zampata fulminea per trascinarlo nel canneto, dove gli arbusti sono alti e fitti e nessuno può vedere o sentire. L’ha sorpassato, l’ha preso, ha vinto. E infine lo domina, mischiando il suo sudore a quelle lacrime, e a quel sangue il suo seme.