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Prosa V.M. 18 » 4,5 giri giovedì 23 febbraio 2012
4,5 giri

Dapprima le guardava sfilare.
Le running nuove di zecca e quelle lise dal tempo e dalla polvere. Le scarpe da ginnastica del discount e le marche note solo ai professionisti.
Dalla sua panchina le seguiva tutte con gli occhi, mentre marciavano in tondo nel grande parco alberato dietro alle scuole di Pontedera. Un emiciclo imperfetto, che negli anni era stato scavato nell’erba dai passi di atleti e semplici camminatori, coppiette in vena di intimità e anziani in cerca di refrigerio. Un po’ come lui, che, all’ombra di un alberello spennato, sulla sua panchina aspettava. Ogni giorno, da quello del suo ultimo compleanno, aspettava.
Con i polpacci asciutti avvolti in fuseaux da ciclista, con l’addome tirato nella maglietta sintetica, con la fronte stretta da una fascia di spugna, nessuno gli dava 66 anni. Non che cercasse di nascondere l’età che aveva, anzi la dichiarava apertamente e quasi con aria di sfida, si sarebbe detto.
Era ancora in gran forma. E, quando voleva, ne faceva mangiare di polvere anche ai più giovani, quelli che non lo riconoscevano e magari non avevano neppure mai sentito parlare di lui. Ma non importava.
“Guarda chi c’è. Il mitico Erode. O te che ci fai?” Come se non avesse calpestato quel prato, in quel parco, ogni giorno, da cinquant’anni. Lo prendevano in giro, quei vecchi corvi?

    
 

Così poteva continuare a guardare e a aspettare. Lasciava andare i corridori della domenica, che non avevano niente da imparare. Banditi quelli con contapassi, contachilometri, contacalorie e altre diavolerie del genere. Figurarsi se gli piacevano le donnicciole che sprecavano il fiato chiacchierando. Fianco a fianco, sempre in coppia, pestavano lenti, pesanti, il terreno e ammorbavano l’aria con la maldicenza del momento.
Certo, non sempre bisognava correre per vincere la medaglia d’oro. Correre per vincere bastava. Cento metri di sforzo, struggimento, sofferenza, poi la scarica finale che ti libera. E il photofinish, per immortalare la gloria nei secoli. La medaglia quella volta era venuta di conseguenza e, forse, gli aveva portato più guai che fortuna.
Ma lui non conosceva rimorsi. Manteneva la sua media e non si lamentava. Nemmeno quelle sere quando, assieme al sole, si ritirava nella sua tana senza aver avvistato in tante ore una sola gazzella, che leggera, svelta e incosciente solcasse col suo talento i prati del parco. Pazienza.
Aspettava solo di rivederla. Di rivederne un’altra. Era successo altre volte, negli ultimi mesi, ma un esemplare così era raro. Alto, snello, già da lontano era in grado di riconoscerlo. In un battibaleno arrivava a pochi passi dalla panchina dove lui lo divorava con gli occhi. Nessuna invidia. Ammirazione sì, l’avrebbe ammesso, intrappolata dentro a un fascio di muscoli aggrinziti, ma caricati a molla dall’orgoglio, dalla presunzione e dalla voglia di vivere.
Finalmente, ecco che si avvicinava il suo campione. Che volava, che non conosceva fatica. Che gli passava davanti senza degnarlo di uno sguardo, e che presto gli avrebbe voltato le spalle.
Allora e solo allora, lo scatto. Tutte le sue forze si concentrano in quel guizzo, come una volta, come si sprigionasse in un sussulto tutto il male. Si lancia all’inseguimento, un passo dietro l’altro. Un, due, tre, quattro e un, due, tre, quattro. E gli è dietro. Dosa il fiato. Inspira, espira, inspira, espira. Quel po’ di affanno diventa un rantolo. L’occhio resta fisso sull’avversario, che ben presto diventa preda. Non è più una corsa, è una caccia.
E quando gli è abbastanza vicino basta uno strattone, una zampata fulminea per trascinarlo nel canneto, dove gli arbusti sono alti e fitti e nessuno può vedere o sentire. L’ha sorpassato, l’ha preso, ha vinto. E infine lo domina, mischiando il suo sudore a quelle lacrime, e a quel sangue il suo seme.

    
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