Si avvisano i signori viaggiatori che il treno Eurostar numero 9450 delle ore 20:14 diretto a Milano Centrale subirà un ritardo di circa venticinque minuti.
Lo sapevo, pensò lui. Stava andando tutto troppo liscio. Si guardò attorno per un po’, in piedi in mezzo all’atrio di Santa Maria Novella. Con un lungo respiro ricacciò dentro il demone della nevrosi e posò gli occhi sul grande pannello delle partenze che, strizzando le mille palpebre, si affannava a star dietro a tutti i ritardi, i cambi di binario e le corse soppresse.
Scusa, scusa. Ma ormai la spallata l’aveva data l’energica africana vestita, poco vestita, di stracci multicolori. Per poco non lo aveva abbattuto come un fuscello sul pavimento di marmo. Del resto per fare la sua vita – la vita – di forza ne aveva bisogno. Non molta meno ne serviva a lui, e anche per lui erano affari. Business.
Lo scossone servì a svegliarlo. Sala d’attesa, lesse. Il soprabito in una mano, la ventiquattrore nell’altra, si diresse di là. Aveva un po’ di tempo da ammazzare, prima che il tempo ammazzasse lui.
Le attese lo uccidevano. Non poteva sopportare di star lì, su quella seduta di plastica in mezzo ai comuni mortali. L’olezzo del barbone, per quanti metri avesse cercato di interporre tra sé e lui, non gli permise di concentrarsi. In realtà, non c’era proprio niente a cui pensare. Lui non era più di un fattorino, come quei due in tuta blu e cappellino che stavano rifornendo il distributore di bevande.
Dlin dlon. L’Eurostar numero 9450 diretto a Milano Centrale è in partenza dal binario 4. Come in partenza? Non poteva crederci, si era addormentato. Scattò in piedi. D’istinto, si ricompose il nodo della cravatta allentato. Afferrò armi e bagagli e si affrettò alla partenza.
L’Hotel Cassia è proprio di fronte alla Stazione Centrale. Pronto ad accogliere viaggiatori abbandonati a tarda notte dalle Ferrovie dello Stato e passeggeri di voli mattutini, dà ospitalità anche ad ogni sorta di personaggio che, per un motivo o per un altro, transita dalla grande città - buco nero, che tutto trae a sé. Un rifugio fugace, ma provvidenziale, per maneggioni, prestanome e uomini d’affari e basta.
Lui, era nella stanza 480. Da una mezz’ora, il tempo di rinfrescarsi accuratamente nel lavabo del bagno e di guardarsi allo specchio. Questo velocemente.
Poi, seduto sull’angolo del letto, mise mano alla ventiquattrore. La guardò a lungo, lì, coricata su un fianco sul basso tavolino di fronte a lui. Questa non è la mia valigetta, pensò. Dov’è finita la mia valigetta? Fece scattare la serratura con un dito, e l’aprì. No, non era lei. No di sicuro. Gli venne in mente che forse l’aveva scambiata con qualcuno, ma con chi, dove? Sul treno l’aveva sempre tenuta con sé. A Santa Maria Novella… doveva essere successo nella sala d’aspetto, mentre dormiva. Cazzo. Non gli rimase che tentare di trovare un biglietto da visita, un nome, un numero, un indirizzo per avvertire subito l’illegittimo proprietario. Magari prima che mettesse le mani sulla sua roba. Fece un nuovo, eterno respiro ingoiando stizza e cominciò a frugare tra le carte. In verità, ci mise poco. C’era solo una lista. Tre pagine scritte al computer e spillate assieme. Sotto la lista, una Beretta. La prese in mano con la soggezione dovuta ad una reliquia e la osservò attentamente da tutti i lati, per sincerarsi che non fosse un giocattolo. Solo allora lasciò prendere il sopravvento alla paura e, in un conato, la rigettò sul fondo della ventiquattrore. Schizzò in piedi, verso la porta. Si fermò. Si coprì il volto con le mani, e per un lungo minuto stette immobile, a riflettere. Si chiese a chi appartenesse quella ventiquattrore. Si chiese cosa ci facesse costui con una pistola. E si chiese se presto quest’uomo non sarebbe risalito a lui. Così avrebbe conosciuto sia lui che la sua pistola. In un colpo solo. Per un attimo sperò di poter ancora aggiustare le cose a modo suo. Gli bastava un nome.
Ne trovò quasi cinquanta tra quelle carte. Nomi di donne e nomi di uomini, nomi italiani e nomi stranieri, tutti impilati uno sull’altro, ciascuno con il suo numerino e una data. Una data che, man mano che sfogliava, diventava sempre più vicina a lui. Non passò molto che capì chi fossero. Non tutti gli erano noti, anzi, i più non lo erano. Ma tra i vari anonimi Carlo, Anna e John, ve ne erano altri che portavano con sé un’eco di flash fotografici, prime pagine e ultim’ora. Nomi che rintoccavano a morte nelle sue orecchie. C’era il banchiere trovato nel suo letto l’estate prima, con un cratere all’altezza della tempia. C’era il politico giustiziato dai terroristi, si disse, nei primi anni ’80. C’era perfino il cantante maledetto annegato nel suo sangue nella vasca da bagno e quella segretaria invischiata in Mani Pulite che in carcere era riuscita a liberarsi della giustizia umana. Togliendosi la vita. Li accomunava una morte violenta, quasi sempre autoinflitta. Oppure, qualcosa che poteva esserlo stata.
D’un tratto restò senza saliva. Quante volte chiuse gli occhi e li riaprì, ma sempre si vide tra le mani solo un fitto elenco cronologico di suicidi. Un necrologio lungo tre pagine. Non riusciva proprio a capire cosa significasse. Pensava fossero tutti morti, dal primo all’ultimo. Si accorse che erano tutti morti, tranne l’ultimo. Lui: il numero 48, 15 giugno 2005. Che era l’oggi.
Il suo atto di morte era la Beretta. Perché, stava lì ad ammonire la pistola, lui non era solo l’ultimo. Era anche il prossimo. Quel cuoio, quella carta, quel metallo erano più di uno sbaglio casuale, più di una scoperta terrificante, pure più di una minaccia. Erano un ordine. Stava scritto che doveva uccidersi. Infine, ci arrivò.
Infine, erano arrivati a lui. Non avrebbe mai ubbidito. Ma, per ultima cosa, udì bussare.