Tutto iniziò quella mattina in autobus.
Ero lì da un minuto. Ancora due, e il bus sarebbe partito. La scena l’ho vista bene da dove ero seduto: proprio al centro della vettura, dalla parte opposta alle porte di apertura. Guardavo i ritardatari entrare alla spicciolata, i fumatori in piedi sulla soglia aspirare l’ultimo tiro, e anche qualche saluto. Niente di drammatico, l’autobus non è fatto per gli addii. Solo per i ciao e gli arrivederci.
Poi vidi loro. Lui era salito a bordo. Jeans da adolescente e giubbetto sportivo stridevano con la chioma brizzolata. Una bella presenza, di quelle che fanno girare la testa alle donne, ma ad uno sguardo attento non poteva sfuggire la nota anomala.
Le due invece erano fuori sul marciapiede. Avranno avuto vent’anni. La prima era vicina alla porta, lo sguardo adorante sul suo giovane di mezz’età. La seconda si teneva in disparte e sorrideva alle smancerie degli innamorati. E mentre l’una non avrebbe mai posto termine al commiato, l’altra attendeva solo che finisse. Almeno così sembrava.
Perché ad un certo punto l’autobus sbuffò, segnalando la chiusura delle porte.
Fu un attimo. Il quarantenne e la sua ragazza si baciarono, in bilico sui gradini. L’amica salutò con la mano. Le porte si chiusero. Il tipo mandò l’ultimo bacio alla sua Lolita e fece un veloce cenno all’altra. Che, proprio quando l’autobus si mise in moto, gli mimò con la bocca: “Ti amo”. Senza essere sentita o vista dalla sua amica. O da nessuno. Se non da me.