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Prosa V.M. 18 » Il ristorante con le pretese giovedì 23 febbraio 2012
Il ristorante con le pretese


L’altra sera volevamo andare in un ristorante senza pretese. Ma non ce n’erano. C’era solo un ristorante aperto: e aveva delle pretese.
All’ingresso ci siamo presentati alle otto e mezzo.
C’è posto per due? chiedo ai due camerieri in livrea bianca.
No, non ce n’è, fa uno.
Sì che ce n’è, lo corregge l’altro, però c’è da aspettare.
E aspettiamo, fuori sotto al gazebo all’aperto, appena riparati dal ventaccio autunnale.
Intanto, ci avrebbero servito un aperitivo, così avevano detto. E così hanno fatto. Non si può avere del rosso?
No, non si può, l’aperitivo è questo.
Ah. Davvero?
Sì, davvero.
E bevetevi ‘sto bianco frizzante.
Cinque minuti dopo, il primo bicchiere è tracannato. Ce ne servono un secondo. Tracannato, con più parsimonia, nei dieci minuti seguenti. Poi la natura mi chiama. Io rispondo: vado in bagno, tesoro.
Lui risponde: ti aspetto.
E mentre mi calo per gli inerti gradini nelle segrete latrine, lancio uno sguardo panoramico al locale. Completamente, assolutamente, deserto.
Bah, penso durante la mia conversazione con la natura.
Sarà tutto prenotato? Penso mentre riaffioro in superficie.
Ma nel quarto d’ora seguente comincio a pensare: ci stanno prendendo per il culo? Poi finalmente arriva il pinguino.
Se cominciate ad ordinare, fa l’animale, tra poco posso farvi accomodare.
Sì, certo, se comincia a darci i menu.
Ma lui invece comincia a dire: abbiamo delle splendide tagliatelle ai funghi porcini.
E finisce: filetto e patate al forno.
Altro?
No, altro non c’è.
Allora cominciamo, ci faccia pensare, con tagliatelle ai funghi porcini.
E finiamo con filetto e patate al forno.
Ottima scelta, ha il coraggio di commentare.
Possiamo ordinare anche del vino? gli urliamo dietro appena prima che si infili di nuovo nella tana.
Certo. Un Valpolicella del 2000, va bene?
E se no? replichiamo inermi.
Il Valpolicella non va bene?
Andrà benissimo, sussurriamo con l’ultimo filo di voce e di pazienza. Quasi non ci crediamo quando risponde: accomodatevi.
Possiamo accomodarci?
Accomodatevi.
Ehm, dove? chiediamo, fingendo che il locale non sia del tutto vuoto.
Dove volete, ete, ete, le sue parole fanno l’eco.
E noi ci sediamo dove vogliamo.
Cioè in fondo al salone, vicino alla finestra. Tavolo con vista.
Non che ci fosse molto da vedere. Tavoli, sedie, tovaglie. Niente di strano per un ristorante. E poi un cameriere, niente strano neanche quello, che ci veniva incontro imbracciando una bella bottiglia, ce la mostrava, la stappava con metodo e senza cuore la versava nei nostri bicchieri. Buono il vino, se non altro.
E l’altro? Le tagliatelle ai funghi porcini? Quelle sono arrivate che neanche avevamo scaldato la sedia. Il filetto con le patate? Serviti prima che l’ultima tagliatella si dileguasse nella faringe.
E, intanto, da quel tavolo con vista nessuno era in vista. Niente clienti, intendo, perché di camerieri se ne vedevano eccome. E loro sì, non ci perdevano mai di vista. Anzi ci sorvegliavano, come piantoni sull’uscio del salone. Ci scrutavano, come secondini in attesa che consumassimo l’ultimo rancio.
Per il resto, neanche un’anima viva. Solo gli spiriti di questi camerieri, che aleggiavano per il salone. Come anime in pena.
Avete chiesto il conto? Ne arriva uno sventolandoci davanti al naso un foglietto tutto numeri e niente arrosto. Solo filetto, patate al forno, vino e tagliatelle ai funghi porcini.
Veramente, no. Non avevamo chiesto il conto. Ma volevamo chiedere, non so, un dessert, un digestivo. Nella più rosea delle nostre aspirazioni, un caffè. Decaffeinato, se proprio non è pretendere la luna in questa serata plumbea.
Ma era la luna. E loro erano spiacenti. Avevano già chiuso la cassa. Noi, adesso, dovevamo chiudere gli stomaci. Aprire i portafogli e versare centonovantatre virgola venti euro. Eh? Centonovantatre virgola venti euro farebbero andare di traverso un filetto (e delle patate al forno, e delle tagliatelle ecc.) anche allo stomaco più retto. Centonovantatre virgola venti euro sarebbero come un filetto di traverso nel retto.
Eppure, tanto era il conto. E seppure il conto fosse tanto, quel tanto dovevamo pagarlo. Sull’unghia. E sulle nostre gambe alzarci e sui nostri piedi marciare a testa bassa lontano da quel tavolo e quel salone e quei camerieri e quel ristorante pieno di pretese e vuoto di clienti.
Eccola, la porta. È lì, è vicina, la vedo. Dai, amore, siamo quasi usciti. Un ultimo sforzo. Sento già l’aria fresca. Sento il ventaccio autunnale. Sento le sirene delle ambulanze.
E finalmente, sento che siamo fuori. Andiamo via. Siamo liberi.
O no? Ci stanno seguendo?
Sì, tesoro, ci stanno seguendo. Sono dietro di noi.
E che fanno?
Chiudono la porta, a doppia mandata.
E ora? E ora la sigillano con del nastro adesivo. Sigillano tutto.
Ma chi, i camerieri?
No, i carabinieri.
I carabinieri?
Sì, e anche gli altri.
Altri chi?
Boh. Altri coi camici. E le mascherine.
Io non vedo nessuno.
Ma sì, quelli lì, dietro al furgoncino.
Quale furgoncino?
Il furgoncino nero, con su scritto NAS.
Ah. Sì. Ecco. Il furgoncino nero. Adesso, adesso, ho capito.

    
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