| Ogni mattina, in Africa, mi sveglio. E so che devo correre più in fretta del leone, se non voglio essere uccisa. E l’istinto mi dice che non voglio essere uccisa.
Ogni mattina, in Africa, mi apre gli occhi una freccia infuocata. È il richiamo del sole: un’adunata per le creature del giorno, una ninnananna per quelle che vivono la notte.
Ogni mattina. Anche oggi.
Poso uno zoccolo nella polvere, poi l’altro, l’altro e l’altro ancora.
Bene, non manca nessuna. Siamo una decina di noi, tutte corna corte. Nessun maschio. Quelli vengono e vanno. Un po’ di corteggiamento, una sveltina e poi tornano a scornarsi tra loro. Che importa? Le gemme del branco sono nate da poco, e quelle bestioline ci succhiano col latte tutte le energie. Eccole lì che cominciano ad accalcarsi alle mie mammelle bianchissime. Le scalcio con una zampata. Se non mangiassi prima io, sarebbero capaci di mungermi la vita.
Erba, presto. E acqua. Lasciamo i cuccioli al sicuro tra gli arbusti, dove i tronchi sono più alti, e andiamo in cerca di germogli di erba nuova. In marcia. Il sole già ci sculaccia e ci aspetta la savana intera.
Un’orma dietro l’altra, una dietro l’altra. Finché è tutto piatto all’orizzonte e ci sono solo la terra e il cielo. Isolata, qualche roccia, duna solitaria in un solido deserto. Di pozze d’acqua neanche l’ombra. Davanti a noi, solo una distesa desolata, polverosa e nera.
Non ci allontaniamo mai troppo. Giusto al limite del territorio e poi torniamo. Altrimenti, chissà ai bambini che potrebbe succedere. Una iena, un licaone, un ghepardo. O uno sciacallo. A loro piace tanto la ciccia tenera.
Ferme. Ferme. C’è qualcosa che non va. Sbuffo, batto la terra con le mani. Ho sentito qualcosa. Sono sicura. Mi contraggo. Sì sì, c’è qualcuno. Non ve ne siete accorte? Balzo sù. Alzo la coda.
Un ruggito ed è il terrore. Corro come una pazza, e tutte dietro di me. Un corteo di ventri bianchi e fianchi neri in fuga. I miei salti alzano torri di polvere. Non vedo più niente, ma sento tra le scapole il suo alito cavernoso. Poi, le zaffate di sabbia. L’odore della fine.
È finita, mi ha preso. Non c’è più nessun rumore. No, non può essere finita, non è vero. Non per me.
Ma per una delle mie amiche. Troppo presto si è voltata e gli artigli le hanno tagliato la strada. Non mi fermo abbastanza per vedere il resto: la sua povera groppa dilaniata dalle zanne e brandelli di lei che scompaiono nelle immense fauci. Non voglio vedere. In fondo, non eravamo così amiche.
Sarà meglio tornare, finché sono viva. Che ragazza fortunata sono. C’è sempre qualcuno che ha voglia di morire al posto mio.
Di nuovo calchiamo le nostre orme. Calpestiamo le nostre stesse ombre. E mentre l’orizzonte si alza di nuovo e le nostre teste cominciano a svanire tra gli arbusti, penso che anche per oggi è andata bene. E che dietro quel ciuffo d’erba rivedrò i miei piccolini.
O almeno i loro teschi e i loro zoccoli. Cioè gli avanzi del pasto dell’avvoltoio. Non ci credo, non posso crederci. Avrei dovuto esserci io al posto loro. Invece.
Invece anche per oggi è andata bene. | | |
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| Ogni mattina, in Africa, mi sveglio. E so che devo correre più in fretta della gazzella, se non voglio morire di fame. E l’istinto mi dice che non voglio morire di fame.
Ogni mattina, in Africa, me ne faccio un baffo del sole che sorge e mi giro e mi rigiro nell’erba finché la fame non ruggisce più forte della fiacca.
Ogni mattina. Anche oggi, non servono a scuotermi le leccatine delle mie tre piccole belve, i loro buffetti affettuosi, il loro insistente miagolio. Al massimo, alzo il muso. Per controllare che sul fondo giallo della pianura spicchi come sempre la criniera del padrone. Giusto a questo servono le criniere, a fare i piantoni. Ai nuovi nati mica ci pensano, loro. A istruirli, a dar loro da mangiare. A cacciare per tutti.
Appunto. È tempo di andare. Giù da quelle acacie, fannullone. E voi inutile che gridiate “Mamma” come degli ossessi. La mamma deve andare a lavorare. Se fate i bravi e rimanete qui accucciati tra i cespugli, la mamma poi vi fa un regalino. Tipo un bel bocconcino. Di viscere.
Alle spalle l’accampamento, ci lasciamo abbracciare dal grande giallo e procediamo per un po’ in fila indiana. Una sfilata di belle donne a passeggio. Per le prede, un corteo funebre. Quali prede poi? È un periodo di magra questo. Zebre e gnu se ne sono andati tutti in villeggiatura al fresco. Ci rimane qualche bufalo, e più che altro gazzelle. Accontentiamoci. È già tanto che non dobbiamo divorarci tra di noi.
Affondiamo le unghie nella polvere e ci spingiamo fino dove arriva l’odore del nostro sultano. Fino ai limiti del mondo che conosciamo. Il supermercato ha aperto, non resta che far la spesa. Peccato che io non senta nulla. Nemmeno in lontananza il latrato di uno sciacallo o il grido di una iena ai quali strappare il cibo di bocca. Carogne? Magari.
Ci appostiamo dietro a delle rocce isolate, dune solitarie in un solido deserto. Sottovento, aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo ancora. Ancora tanto. Poi vedo le strisce nere e mi ricredo. Allora oggi si mangia.
Venite, belline, al vostro banchetto. Un po’ più vicine. Così.
Vado avanti io. Voialtre, seguitemi. Come una biscia striscio sull’erba secca e sono a un balzo da lei, la vittima che ho scelto, quella con le mammelle bianchissime. Lo faccio quel balzo, ma lei salta più di me. Scatto, la rincorro, ma lei corre più di me. Le poso il mio fiato tra le scapole. Poi ripiego sulla vicina. Con gli artigli interrompo la sua fuga. Vai pure, bellina. Sei una ragazza fortunata. Io ho già riempito il carrello della spesa. Di carne.
Tonfi sordi nel suolo, la terra trema all’avanzata del re che viene a reclamare il bottino di guerra. La sua mole si scaglia sul corpo e su di me. E senza neanche accorgermene, mi ritrovo spettatrice della mattanza. Una criniera fulva che si inzuppa di scarlatto in un addome aperto. Budella srotolate come tappeti rossi per la venuta del sovrano. Per me, come ringraziamento, gli spruzzi di sangue.
Per oggi è andata male. Coda bassa. Quasi la calpesto mentre torniamo alle acacie. Strascico sopra la mia stessa ombra e mastico il giallo amaro del nostro mondo. Dietro quel cespuglio, mi attende l’avido piagnucolio dei piccoli.
Anche meno. Anche solo una testa e delle zampe. E un’acre aroma di criniera, una criniera straniera con tanta fame. Dove sono loro? Qui c’è solo un avanzo. Qualcosa che non lecca, che non scalcia, che non miagola e non respira. Un pezzo di carne. Che nelle mie immense fauci scompare in un boccone.
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