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| Avvertenze per la lettura
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| Questo racconto non è pornografico. Forse lievemente erotico. Di certo non autobiografico.
Per gli uomini, da leggere con le mani alzate. | | |
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| Era una patonza bellissima. Con quelle labbra rosse e turgide, su quelle carni candide e delicate, assomigliava a Biancaneve. Lei non sapeva di avere tra le gambe una tale fortuna. E come avrebbe potuto? Di altre patonze non ne aveva viste da vicino. E non bastava l’infarinatura liceale di anatomia per rendersene conto da sola. Ci voleva l’occhio maschile. La patonzista di uomini ne aveva avuti pochini. Non che fosse una brutta ragazza, no. Era solo tremendamente sulle sue. E, più per casualità che per reale convinzione, si era ritrovata presto a condurre una vita morigerata, stretta tra lavoro, studio e pochi, fedeli, affetti. A 25 anni, era lungi dall’essere vergine. Tuttavia le sue storie si contavano su tre dita di una mano. Forse i suoi partner erano solo inesperti. Oppure erano perfettamente consapevoli e preferirono tenere per sé il prezioso tesoro. Fatto sta che nessuno l’aveva mai messa a parte di questo: che aveva una patonza fuori dal comune. Poi una notte incontrò un occhio competente. Di più: due bellissimi occhi verdi da vero intenditore di vagina. Adam lavorava come cameraman. Piccole autoproduzioni, sceneggiati televisivi, cortometraggi. Pur di fare il mestiere che si era scelto, si arrangiava come poteva. Anche con la pornografia. Quello sì che era un settore che non sarebbe mai andato in rovina. Per quanta crisi, per quanta miseria, per quanto malessere possano imbevere il tessuto del mondo, ci sono cose cui l’uomo non potrebbe rinunciare mai. Le pompe funebri. E le pompe e basta. Così ad Adam capitava spesso di dover riprendere maschi e femmine in azione fra le lenzuola, su lavatrici e tavole apparecchiate, dentro vasche da bagno ed ascensori. Si era fatto una cultura delle loro parti più intime. E poteva vantarsi di aver visto altrettante patonze di un ginecologo navigato. Patonze illustri, di pornodive famose e ammirate, e patonze ignote di perfette sconosciute, che dopo essersi svendute sarebbero ripiombate nel dimenticatoio della mediocrità, se non nel bisogno vero e proprio. Nessuna era come lei. Quando la scoprì la prima volta tra le lenzuola nere del lettuccio nel suo studio, fu come folgorato dall’incantevole splendore che emanava da quel ventre. La femminilità, la concupiscenza e insieme la castità e l’immacolata purezza si erano fuse in quel bocciolo di rosa. Era la figa con la F maiuscola, quella che trovi scritta sui muri e sulle porte dei bagni degli Autogrill. Quella che bagna i tuoi sogni anche se non l’hai conosciuta mai. Quel Santo Graal l’aveva trovato lui, ad un rinfresco sul set di un servizio pubblicitario. Non era certo una bellezza appariscente, con quel grembiulino castigato e i capelli stretti nella cuffietta del servizio catering. Ma lui aveva letto una scintilla nel suo sguardo. Quanto bastava per tornare più volte al suo banchetto a fare il bis. Fu un approccio spudorato. Ma riuscito. A lei bastò essere oggetto di attenzione. E la sera stessa, complice una sonora sbronza di quelle che festeggiano la fine di alcuni shooting, lo seguì nella sua alcova e si lasciò cullare da una passione prepotente. Che non avrebbe mai avuto il coraggio di raccontare. | | |
| Al loro primo appuntamento ne seguirono altri. Incontri impudenti, cinici, talvolta quasi violenti. Lui le parlava senza fronzoli, senza condizionali, senza “grazie” o “prego”. Le comandava, spesso. E presto le disse che la sua cosina valeva oro. “La mia cosina cosa?” “La tua patonza. Potresti farci un mucchio di soldi.” Ma per chi l’aveva presa, s’indignò lei. Non era mica una puttana o un’attrice porno. “Lo so. Ma guarda che non parlo di fare sesso a pagamento. Ma di, sai, fare la comparsa. Hai presente le maniste? Quelle modelle di mani? O di gambe, come sulla locandina di Pretty Woman. Lo sapevi che quelle non sono le gambe di Julia Roberts? E magari quella che le ha imprestato le cosce è pure un mostro, ma nessuno lo sa.” Lei si chiese se era un modo carino per dirle che era un cesso con una bella passera. Ma non aprì bocca. Né altro. Quella fu l’ultima volta che lo vide per un bel po’.
Non ci aveva mai pensato. Con la sua patonza poteva rendere un servizio all’umanità maschile. Mostrarle un pezzettino di cielo limpido tra le brutture delle riviste porno. Basta con clitoridi abnormi e grandi labbra diventate enormi labbra. Lei avrebbe rifondato l’estetica della figa. Sarebbe diventata un caso di studio. L’avrebbero invitata a seminari e congressi. E stavolta non per servire alla mensa. Ma erano solo bagliori di pazzia, a cui si abbandonava quando era sola nel suo letto e nessuno poteva sentire neanche il rumore dei suoi pensieri.
Col tempo queste fantasie la abbandonarono e lasciarono il posto alle solite preoccupazioni. L’affitto, le bollette e l’astinenza forzata. Fu per quest’ultima che si ritrovò suo malgrado a rispondere di nuovo al sorriso di Adam, che spuntò un bel giorno dietro ad un piatto di tiramisù preconfezionato. “Ciao Adam.” “Ciao bella topa.” Ricominciò così, senza troppi convenevoli, la loro storia.
Lei si aspettava che Adam tornasse all’attacco. Che volesse lucrare sul suo gioiello di famiglia. Ma non fu così. Per lui le cose avevano cominciato a girare per il verso giusto e certi set non li frequentava praticamente più. Inoltre, si era rassegnato al fatto che lei fosse una piccola Santa Maria Goretti. “Me la fotografi?” alla fine fu lei a prendere l’iniziativa. “Cosa?” “La mia cosa.” “La tua… cosa?” “Hai capito benissimo.” Adam restò un attimo senza parole. Aveva traviato l’illibata pastorella? O fatto uscire la troia che è in ogni donna? Doveva nascondere il segreto, per magari farsi bello solo con gli amici? O trascinarla sulla pubblica via del peccato e spremerle fino all’ultimo quattrino che le usciva dalle gambe? Le pensò tutte. Ma, in attesa di prendere una decisione, inforcò la sua macchina fotografica e si preparò a realizzare il più formidabile servizio fotografico che donna avesse mai avuto. Solo primi e primissimi piani di patonza. Un book decisamente sexy. Con questo, Adam si presentò presso tutte le maggiori case editrici. Porno, ovviamente. Hardcore, softcore, a luci rosse e chi più ne dà più ne metta. Fu un successo. Solo un mese dopo la patonza più bella della storia troneggiava sugli scaffali di tutte le edicole. Tre mesi dopo, la patonza faceva la sua prima apparizione in alcuni film porno. Niente penetrazione, nessuna scena di sesso, per carità. Solo un belvedere in alcuni momenti topici, diciamo. Il volto della ragazza non fu mai svelato. Ma la patonzista divenne un caso sociale. Le femministe protestavano perché la donna veniva separata dalla vulva. I critici perché si assisteva ad un’omologazione della fica. Le complessate chiedevano di ricorrere alla chirurgia per adeguarsi al nuovo ideale estetico. E molti rapporti fallivano perché le donne non reggevano il confronto con la mitica patonzista. Che intanto si era rintanata nella sua vita da Cenerentola, tenendo le gambe ben strette per paura di farsi riconoscere. Era scattata la caccia alla patonza.
Chi era mai questa donna superdotata? Questa Venere in pelliccia capace di muovere gli animi e smuovere gli ormoni del sesso forte? Nonché di suscitare cattiveria e invidia in tutto il gentil sesso? Era certamente brutta come il peccato. Per questo si vergognava a mostrare la sua faccia. Oppure proveniva da una famiglia in vista, che non poteva macchiare il proprio nome con queste maldicenze oscene. Si disse perfino che era una donna di Chiesa. Un’anziana pensionata. O un misero fotomontaggio. Ma come un fotomontaggio? disse tra sé la patonzista. E quasi le venne voglia di uscire allo scoperto. Non solo con la patonza, s’intende, ma col proprio volto, nome e cognome. Fu tentata dall’idea di presentarsi ad un talk-show, magari seduta di spalle, come certi pedofili o pentiti di mafia. Pensò di rilasciare un’intervista scoop ad un settimanale femminile. S’immaginò mentre firmava autografi sulla foto della sua patonza. Ma non era da lei. In fondo, le piaceva l’idea di essere la benefattrice oscura di tutto l’universo maschile. Di quello che provavano le donne, invece, non le interessava granché. E sotto sotto pensava che in molte avrebbero dovuto ringraziarla, perché le sollevava dall’ingrato compito di abbassarsi le mutandine.
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| Vagina... ehm no pagina 3
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Con Adam era finita. Gli aveva dato la sua parte e se n’era liberata. Non aveva bisogno di lui, né lui di lei. Certo, dentro di sé lo osservava ancora con sguardo bonario. Era stato lui a mostrarle la sua buona stella e a presentarla al mondo. Senza Adam non sarebbe mai riuscita a farsi strada, anche se a colpi di figa, e a mettere da parte un piccolo gruzzoletto per il suo avvenire. Adesso però poteva farcela da sola. Da sola, perché non voleva certo dividere la sua dote con nessuno. Una volta, in effetti, divise il suo letto con un altro uomo, un cameriere che aveva incontrato ad una grande cena aziendale. Purtroppo, quando giunsero al dunque, successe l’imprevedibile: il ragazzo la riconobbe. Cominciò a scalpitare. Negli occhi aveva già i titoloni virgolettati sui giornali: “Sono stato a letto con la patonzista.” Lei, la patonzista, gli tappò la bocca con un mucchio di centoni. E ogni tanto gli faceva rinnovare la promessa di tacere. Sempre a suon di banconote. Fu un episodio spiacevole, ma istruttivo. Le mostrò inequivocabilmente che, se desiderava intraprendere con profitto questa carriera, non solo non doveva fidarsi, ma non poteva spartire la sua virtù con anima viva. Decise che avrebbe abbracciato l’assoluta castità. Che non si sarebbe lasciata violare più se non dal flash della macchina fotografica. E che avrebbe curato la sua immagine con dedizione religiosa. In fondo il suo era un servizio di pubblica utilità. E dunque, come una cantante lirica avrebbe fatto con l’ugola o un culturista con i muscoli, lei avrebbe coltivato la sua patonza come il suo piccolo giardino. Fu così che visse per anni e anni e anni. Il suo astro rischiarò il cielo di tutto lo Stato e l’eco della sua patonza arrivò ovunque, fino in Cina ed Estremo Oriente. Quando poi giunse l’età in cui il suo bocciolo di rosa cominciò a sfiorire, la patonzista fece perdere le sue tracce e svanì nel nulla. Di sé non lasciò che un calco della sua parte migliore, scolpito interamente nel marmo rosa da un noto artista, pochi giorni prima che abbandonasse le scene. E naturalmente tutte le sue fotografie, i film, i disegni che la ritrassero come icona di un’intera generazione e che valsero come manuali di educazione sessuale a tanti futuri uomini. Nient’altro. Eppure, ancora oggi risuona qua e là la leggenda della patonzista. La donna con la patonza più bella del mondo, che per trasformarsi in immagine decise di farsi guardare. Ma non toccare.
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