Papà.
Posso chiamarti così? Papà? O preferisci babbo?
Non so, è la prima volta che lo faccio.
E del resto, è inutile che lo chieda. Perché tu questa lettera tu non la riceverai mai. Sei troppo lontano. Le mie parole fluttueranno fra le acque e, quando saranno stanche, si deporranno sul fondo. Senza trovare nessuno a raccoglierle.
Papà. Non mi conosci. Né io conosco te. Sarai alto? Basso? Bello o brutto? Mi assomiglierai? E chi può saperlo. Neanche so come sono io. Sono troppo piccolo per essere già qualcosa. Ma abbastanza grande per voler essere proprio uguale a te. Un tronco di quercia, uno sperone di roccia, una colonna portante. Perché è questo che dev’essere un padre. Lo stendardo che inseguirò, armato fino ai denti e con gli occhi accecati dall’orgoglio. La statuina degli antenati a cui tributare ogni successo. Il gesuita inquisitore, davanti al quale ammetterò le colpe mai commesse.
E io invece? Mi domando cosa sarei per te. Il tuo piccolo replicante, ligio esecutore dei tuoi traguardi mancati. Oppure la tua spina nel fianco, la tua serpe in seno, la pecora nera che macchierà il tuo candido curriculum. O magari sarò una propaggine di te, un arto, un pezzo di cuore trapiantato in un'altra terra e in un altro tempo, ma che continuerai a sentire tuo. E quando avrò male, avrai male anche tu. E quando gioirò, il mio sorriso contagerà anche te.
Potrei essere tutto questo. O niente.

Che importa? Per ora non mi stai neanche pensando. Del resto, non sai di avere un figlio, che cerca di leggere il futuro nel liquido amniotico. Perché sono appena nato. Nessuno sa ancora di me. Zitto zitto ho messo le radici in questa serra tiepida e viscosa. Come una ventosa mi sono attaccato a queste pareti sottili, sperando che reggano il peso dei miei pensieri. E qui sto, filando le mie paure e le mie fantasie. L’attesa è ancora lunga.
E io non so niente, se non di essere vivo.
Non so se sei ancora un ragazzino incosciente, senza destinazione. Un giovane che non ha mai trovato la strada. O un uomo arrivato, che non desidera raggiungere altre mete. Non so se hai le forze, le risorse, le sicurezze per diventare padre. Non so se lo meriti. Non so se lo vuoi. So soltanto questo: che un padre ce l’ho, da qualche parte là fuori. Ma lo avrò, mi chiedo? Anche quando sarò là fuori? Anche quando urlando e scalciando chiederò di essere ammesso al consesso degli esseri umani?
Potresti essere fuggito via, dopo aver lasciato dietro di te l’orma del tuo seme. Essere solo un nome, una serata, un’ubriacatura. Potresti essere sconosciuto perfino alla mia mamma, confuso tra mille volti che si sono chinati su di lei. Potresti appartenere già ad altre donne, ad altre famiglie, ad altri bambini.
Potresti pure essere un’ombra di animale, che con furore si è presa ciò che non gli spettava, senza chiedere il permesso. Senza chiedere scusa.
Sei tu? Sei questo? Le mie domande rimbombano in questo ventre vuoto, ma non ricevono in risposta che il loro eco. Così mi stacco piano piano, in silenzio come sono venuto. E mi lascio annegare lentamente, ingoiando tutto il mio terrore. Come lascito solo queste parole, che ondeggiano come nugoli di polvere nel fluido. E non saranno mai raccolte.
Nei primi mesi di gravidanza gli aborti spontanei sono frequenti. Li chiamano così. Ma forse il nome più giusto sarebbe un altro. Eutanasia. O, semplicemente, suicidio.